Casa di riposo Genova animazione anzianiCosa permette a un essere umano, di qualsiasi età o patologia, di lasciare la base sicura del caregiver per l’esplorazione autonoma del mondo circostante? La fiducia. È grazie a questo meccanismo di reciprocità che gli individui migliorano e progrediscono.

Da una parte il caregiver con il suo sguardo incoraggiante sostiene i tentativi del suo assistito, anche quando non vanno a buon fine, e continua a credere in lui come se vedesse più in là dei suoi limiti e sapesse che è più capace di quanto non dimostri. Dall’altra parte, come risposta a tanto credito e sostegno, il nostro assistito comincia a fidarsi di sé stesso, a lasciare i suoi limiti sicuri per esplorare nuove possibilità, sperimentando un fare più efficace e funzionale.

Ogni volta che sarà faticoso, che non ci saranno progressi o che sembrerà inutile, la fiducia continuerà ad alimentare i tentativi, gli allenamenti, la tenacia e saprà trasformare il nostro sapere nel suo saper fare che, a cascata, porta innumerevoli benefici:

  • Aumentano le autonomie personali
  • Migliora il benessere individuale percepito
  • Cresce e rinforza la fiducia in sé e nella relazione
  • Apre a nuovi apprendimenti
  • Permette di sopportare e superare le sfide future
  • Alza il livello di tolleranza alla frustrazione
  • Diminuisce la possibilità di stati depressivi
  • Rallenta la progressione della patologia

Per questa reciprocità credo sia corretto usare l’affermazione carepartner al posto di caregiver, proprio per sottolineare il fatto che l’interazione non è mai a senso unico ma circolare.

Purtroppo non sempre tutto questo si traduce in una modalità operativa consolidata e costante, forse sono ancora pregiudizi legati alle reali ed effettive capacità residue di persone con limitazioni fisiche e/o cognitive, forse è il bias cognitivo in cui incorre il caregiver che lo porta a sostituirsi, a fare al suo posto, credendo che un fallimento possa essere emotivamente dannoso o che lasciar fare all’ospite allunghi i tempi dell’assistenza compromettendone l’efficacia. In realtà è esattamente il contrario: un eccesso di assistenza porta a un peggioramento delle condizioni fisiche, cognitive ed emotive.
Dunque, quali autonomie sviluppare e incentivare?
Non esiste una ricetta preconfezionata che vada bene sempre e per tutti, l’essere umano è naturalmente portato al fare, anche se limitato fisicamente e/o cognitivamente. Sarà dunque compito di chi se ne prende cura incentivare quel fare, purché in autonomia, attraverso una supervisione attiva, fornendo uno spazio (fisico e psicologico) sicuro in cui muoversi, suggerendo strategie, azioni, gesti che il nostro carepartner possa comprendere, mettere in pratica con successo, ripetere e apprendere. Solo così, piano piano, giorno dopo giorno, accade qualcosa di straordinario che probabilmente non era stato preventivato in tutta la sua portata e che ogni volta riesce ancora a stupirmi e a meravigliarmi. Nonostante gli anni di pratica riabilitativa, non mi abituerò mai alla meraviglia dell’essere umano, alle sue potenzialità e alle sue innumerevoli risorse. Assistere all’acquisizione e alla messa in opera di nuove autonomie come togliersi la giacca, lavarsi i denti, partecipare in modo più attivo alle attività di gruppo, firmare, scrivere, entrare in salone nonostante lo scalino e la sedia a rotelle, buttare la cicca nella spazzatura invece di lasciarla ovunque, e molto altro ancora, coinvolge emotivamente. Tutte cose per noi semplici, quotidiane, quasi banali ma che per i nostri residenti rappresentano la piena espressione di sé. Sentirsi ascoltati, accolti nei loro bisogni, aiutarli a trovare il modo affinché siano in grado di soddisfarli in autonomia restituisce valore e dignità all’essere umano e significato pieno alla vita.

Dott.ssa Francesca Nota
Psicologa Residenza Serena Genova